La poesia salverà il mondo?
di Marco Veruggio
Intervento di M. Veruggio (ControCorrente) all’iniziativa ‘La poesia salverà il mondo’, incontro con Mauricio Rosencof (ex leader del movimento tupamaro) e presentazione del suo volume di poesie ‘Discorsi con l’espadrilla’, Genova, ottobre 2009
Quando si commentano cose scritte da altri il rischio è quello di cadere nella parafrasi, dicendo quelle cose peggio di come le hanno scritte gli autori oppure di fare un panegirico dello scrittore e di metterlo in imbarazzo. Quindi cercherò di sottrarmi a questi rischi limitandomi a riferire alcune impressioni e riflessioni che la lettura delle poesie di Rosencof mi hanno suggerito. Da questo punto di vista il titolo che è stato dato all’incontro di oggi mi aiuta. Infatti non so se la poesia salverà il mondo, ma si direbbe che abbia salvato senz’altro Mauricio Rosencof. Le sue poesie infatti, più che una raccolta di versi, appaiono come un poema che ha come oggetto un lungo viaggio verso la salvezza. Si tratta del resto di un genere che ha illustri precedenti nella storia della letteratura, il più illustre tra tutti la Commedia di Dante.
Un poema che possiede quella caratteristica che rende l’opera d’arte tale e cioè la perfetta corrispondenza tra ciò che viene detto e il modo in cui viene detto, tra contenuto e forma. Infatti dalla rarefazione e dal minimalismo delle prime liriche, che ricordano l’essenzialità degli haiku giapponesi e che – come viene detto anche nella prefazione del volume – rappresentano la cristallizzazione letteraria di una situazione di deprivazione della libertà ma anche sensoriale si dipana un cammino che si anima a poco a poco di ricordi, di sogni, di paesaggi, di personaggi, di figure femminili che evocano con discrezione anche il sentimento dell’amore. E qui è interessante notare che proprio la situazione materiale in cui queste poesie vengono scritte fa sì che potremmo definire questi versi un esempio di letteratura d’evasione (nel senso stretto del termine), ma che, in questo caso, evasione non significhi – come spesso accade – disimpegno. Anzi, i versi di Rosencof non eludono la realtà ineluttabile della prigionia e allo stesso tempo evadono sì, ma verso un mondo che è il mondo dell’impegno politico e sociale da cui Rosencof proviene. La “rabbia, ché non abbiamo su chi mettere le mani”; la “volontà ferma di tornare a navigare”; la consapevolezza che “ se questo fosse il mio ultimo canto, indomito e triste, logoro ma deciso, scriverei soltanto una parola: compagno” testimoniano che la poesia di Rosencof rientra a pieno titolo nella categoria della letteratura “impegnata”. Per questo trovo che chiedersi se la poesia salverà il mondo è particolarmente azzeccata in relazione a questi versi.
Sotto questo punto di vista ci sono due cose che mi hanno colpito particolarmente nella lettura di questo volume. Da una parte emerge con forza il concetto dell’autonomia dell’intellettuale nei confronti del potere e del pensiero dominante. Quale miglior esempio di indipendenza può essere dato, se non quello di chi, pur privo della propria libertà personale e ridotto in una condizione di detenzione sordida e quasi vegetativa, si aggrappa con tutte le proprie forze – tramite la poesia e il dialogo con un essere inanimato, la ciabatta appunto – alla vita, al mondo esterno, ai ricordi, per riaffermare la propria libertà contro la dittatura? L’altro aspetto che mi ha impressionato è la grande compostezza e la sobrietà con cui questa condizione viene affrontata. Ho letto tutte il volume e devo dire che non ho trovato alcun cedimento all’autocommiserazione, che pure, in quel contesto sarebbe stata legittima oltre che comprensibile. Anzi, in alcuni passi emerge persino una profonda autoironia.
Qui vengo alle conclusioni. Credo che se la presentazione di queste poesie oggi non vuole essere semplicemente una discussione oziosa tra esperti di letteratura – e sono certo che questo non è nelle intenzioni di chi ha organizzato questo incontro – allora sia necessario darle un significato che investa pienamente la realtà in cui viviamo. Proprio oggi nel nostro paese si discute molto di un problema di “censura” del libero pensiero, della satira e dell’informazione. E tuttavia a me sembra che si parli troppo poco di un fenomeno che – a mio avviso – è altrettanto evidente e forse più pericoloso ed è l’autocensura esercitata da tanti intellettuali o presunti tali. Si tratta di un fenomeno che si sviluppa proprio come un movimento oscillatorio tra i due poli rappresentati dalla mancanza di autonomia dal pensiero dominante e dal piagnisteismo che subentra quando le condizioni di privilegio che spesso sono associate allo status di intellettuale vengono messe in discussione. In questo senso credo che la dignità e la compostezza di queste poesie possano rappresentare un’occasione per riflettere sull’oggi e un modello da seguire. Si può lottare contro il potere senza per forza indulgere alla retorica, al fanfaronismo e all’autocompiacimento. E’ un costume che vale la pena di recuperare ed è anche un insegnamento, soprattutto per migliaia di giovani che oggi si affacciano all’impegno sociale, politico, culturale, che vale oro.
pubblicato il 2010-03-05 17:34:44
VIDEO
|
Genova. Il teatro dell'Opera sotto il controllo dei lavoratori |
|
Veruggio: serve una FIOM della politica |
Guarda i vecchi video : accedi all'archivio storico...
RESISTENZE NR 30
All'interno:
- La lezione di Pomigliano: Si può dire di NO!
- L’OPINIONE. Bruno Manganaro (FIOM). Lavoro Società: chi l’ha visti?
- SCUOLA. Blocco degli scrutini: un successo insperato
- Ricordando il 30 giugno 1960
- LETTURE: Avanti PO di P. Stefanini; Roma combattente di V. Gentili
- INTERNAZIONALE. Un’ondata di scioperi operai in Cina
- SINDACATO. Nasce l’Unione Sindacale di Base
Scaricalo qui in formato PDF
Arretrati
CAMPAGNE E APPUNTAMENTI
---
NEWS DAL MONDO
DIVULGA CONTROCORRENTE
Invia una mail per segnalare questo sito ad un tuo amico Segnala..
Conegliano. Coi lavoratori Indesit, APE, ecc.
Giovedì 22 luglio iniziativa del Comitato per il superamento della Crisi di Conegliano Veneto.
