A 90 anni dalla Rivoluzione d'Ottobre
Marco Veruggio
Il 7 novembre ricorre il novantesimo anniversario della Rivoluzione d’Ottobre. Può essere considerato il momento per ricordare un capitolo lontano e ormai chiuso di una vecchia storia – come fanno in modo speculare ma con identico risultato sia gli adoratori del nuovo che avanza sia i nostalgici del buon tempo che fu – oppure l’occasione per cercare di chiedersi se quel fatto abbia ancora qualcosa da insegnarci e cosa. A me sembra che – sì! – abbia ancora molto da dire, in particolare a chi, come noi, è immerso nella crisi fisiopatologica internazionale della sinistra.
Sono passati quasi 20 anni da quando la nascita e i primi passi di Rifondazione Comunista vennero accolti in Italia (e non solo) con la speranza che stesse emergendo una forza politica in grado di dare finalmente risposte all’altezza di una nuova e aggressiva fase del capitalismo. In realtà ciò che si stava facendo era – molto più modestamente – mantenere viva in Italia un’opzione socialdemocratica (sia pure sotto l’insegna della falce e martello) di contro alla rapida conversione degli ex Pci al neoliberalismo, conversione che avrebbe portato di lì a poco i principali dirigenti della burocrazia ex togliattiana a cercare di accreditarsi agli occhi della borghesia nazionale come i campioni delle privatizzazioni, del monetarismo e dei tagli alla spesa pubblica in un quadro di pace sociale garantito dal controllo degli apparati sindacali. Il Prc irrompeva sulla scena come il “cuore dell’opposizione”, l’unico strumento in grado di dare voce e rappresentanza politica tradizionale a larghi settori di giovani e di lavoratori politicizzati che contro il neoliberismo erano pronti a scendere in piazza (si pensi alla riforma Dini).
Tuttavia il tentativo di mantenere viva la socialdemocrazia in una fase in cui gli spazi materiali per politiche di tipo redistributivo e keynesiano si stavano chiudendo conduceva dritti dritti a un bivio: o rispondere all’aggressione della borghesia italiana con una reazione uguale e contraria (e di qui un processo di radicalizzazione di massa) oppure essere progressivamente ricondotti al piccolo cabotaggio dell’opposizione istituzionale, di un’opposizione di Sua Maestà sempre meno socialdemocratica e sempre più socialprogressista. L’intuizione di Bertinotti, a metà degli anni ’90, fu appunto quella di potere traghettare la rifondazione comunista verso una piena integrazione nel quadro del bipolarismo e dell’alternanza borghese. Operazione oggi in via di completamento e la cui “fase suprema” è iniziata nel congresso di Venezia.
Ora mi sembra di poter dire che il successo di Bertinotti non è dovuto soltanto alle sue indubbie capacità politiche e al quadro materiale a lui favorevole, ma anche all’assenza di un serio antagonista, in primis dentro il Prc, in grado di contrastare quella deriva e di imprimere al partito o almeno a una sua parte cospicua un indirizzo opposto. Una questione che ovviamente impone a noi per primi un esame di coscienza. In 15 anni infatti non abbiamo costruito un’organizzazione di militanti marxisti rivoluzionari forniti di strumenti di analisi e di intervento politico (dentro e fuori il Prc) in grado di incidere sulla parabola di Rifondazione e più in generale della sinistra italiana. Nella Russia dei primi del secolo proprio la presenza della frazione bolscevica sotto la guida di Lenin permise a una parte cospicua del Partito Operaio Socialdemocratico Russo di difendere la propria autonomia rispetto alla democrazia borghese e al nazionalismo russo (a differenza dei menscevichi e di altri settori della sinistra russa, come i populisti e i socialisti rivoluzionari). Autonomia che venne tragicamente travolta in tutti gli altri paesi europei, come testimoniato dal coinvolgimento della socialdemocrazia internazionale nella Prima Guerra Mondiale.
A questo punto qualcuno arriccerà il naso e sbotterà: “Le solite tirate da veteroleninisti!” Non mi sottraggo alla responsabilità di rispondere ma non trovo altro modo di farlo che nei termini seguenti. 1. Vi sono organizzazioni politiche dotate di una struttura “moderna” che negli ultimi decenni abbiano esercitato un’influenza analoga a quella delle grandi organizzazioni rivoluzionarie di matrice leninista? 2. Viceversa che tipo di struttura hanno quelle organizzazioni che negli ultimi decenni sono riuscite a imprimere una svolta alla storia dei loro paesi e a influenzare il quadro internazionale? Alla prima domanda non riesco a rispondere che in modo negativo (rimanendo ovviamente disponibile ad accettare segnalazioni…). Sul secondo punto noto che gli stessi analisti borghesi descrivono come soggetti con una struttura leninista l’organizzazione di Osama Bin Laden (cfr Jason Burke, Al Qaeda. La vera storia) o le Ong protagoniste delle cosiddette “rivoluzioni di velluto” nelle repubbliche dell’ex impero sovietico (cfr Avioutskii Viatcheslav, I colori dell’arancione (e dei biglietti verdi), in L’Europa è un bluff, Limes 1/2006). Burke in particolare spiega la sua tesi attribuendo alla cosiddetta Al Qaeda una cosciente imitazione della struttura di organizzazioni di ispirazione marxista.
Nell’attuale crisi della sinistra l’argomento ci sembra di stretta attualità. C’è chi trova più a portata di mano e più consolante l’idea di risolvere il problema ricorrendo a fantomatiche “cose rosse” (non mi riferisco a Bertinotti: lui non si pone di certo obiettivi rivoluzionari). Ma è noto che una somma di debolezze dà come risultato semplicemente una debolezza più grande. Io rimango dell’idea che se l’obiettivo è rompere un quadro di governo fondato sull’alternanza bipolare borghese, ovvero infrangere il monopolio del potere politico ed economico da parte del capitale industriale e finanziario, ci serve ancora un’organizzazione politica rivoluzionaria in grado di esercitare la sua influenza sulle masse dei lavoratori, dei giovani, di chi lavora all’interno dei movimenti. Ma che cos’è un’organizzazione rivoluzionaria, fuori dagli stereotipi un po’ demodè che si è soliti attribuirle? Rubo una definizione di Jorge Altamira: un partito è un programma calato nella realtà. Quindi un partito rivoluzionario è un programma rivoluzionario calato nella realtà.
L’idea socialmente diffusa che essere rivoluzionari significhi vivere in un altro mondo è dovuta al fatto che di solito ci si concentra sulla prima parte della definizione (un programma rivoluzionario) a scapito della seconda (calato nella realtà). E’ il frutto di una rivisitazione (o di una vera e propria revisione) della storia del bolscevismo, che la riduce a una sequenza di discussioni teoriche e rimuove totalmente il contesto in cui tali dispute si svilupparono. Non è un caso che sia raro trovare nella letteratura marxista più popolare dei testi che descrivano la prassi politica del bolscevismo invece della sua architettura ideologica. Fa eccezione ad esempio La mia vita con Lenin di Nadezda Krupskaja, moglie di Vladimir Ilic, libro poco citato e poco ristampato, almeno in Italia, e che ci permette di ricostruire la vita del partito bolscevico spazzando via quell’aura un po’ bohémien che si è soliti affibbiare ai rivoluzionari (per chi fosse interessato segnalo l’unica edizione che conosco: Roma, Editori Riuniti, 1956). Dai ricordi della Krupskaja emerge un’immagine inedita di Lenin, dedito alla raccolta di informazioni dettagliate sulla condizione dei lavoratori e sulla lotta di classe. In Russia interroga in modo quasi pedante gli operai per conoscere nel dettaglio la vita nelle fabbriche e si documenta minuziosamente prima di stendere un volantino. In esilio impegna gran parte del suo tempo in una fitta corrispondenza coi bolscevichi rimasti in clandestinità in Russia per conoscere gli avvenimenti e penetrarne il significato profondo. Nadezda Krupskaja insegna alle scuole serali per entrare in contatto con gli operai e cerca di carpire dai loro discorsi indizi circa le loro propensioni politiche. Dopo la prima rivoluzione i bolscevichi organizzano una scuola di partito all’estero in cui oltre alle canoniche lezioni sul marxismo tengono corsi di economia, finanza pubblica, giornalismo, diritto e perfino letteratura. Immagini che stridono rispetto alla nostra esperienza in organizzazioni e movimenti della sinistra, rivoluzionaria e non, che esauriscono la propria attività nella produzione di ordini del giorno, documenti e discussioni teoriche perlopiù completamente slegate dagli avvenimenti del mondo reale e soprattutto da quei soggetti sociali che di tali avvenimenti sono protagonisti. Insomma la propaganda come unica dimensione della politica (e che a nessuno salti in testa di spiegare come un rivoluzionario dovrebbe fare il delegato sindacale o il consigliere comunale).
A 90 anni dalla rivoluzione d’Ottobre non abbiamo bisogno di genuflessioni dinanzi alle immagini oleografiche di “santi ed eroi” del marxismo, ma semmai di liberarne la storia dalle tante scorie depositatesi negli anni per restituire quei personaggi al loro ruolo – banale forse sotto certi aspetti – di “rivoluzionari di professione”, cioè di uomini e donne che semplicemente dedicarono la loro vita o il loro tempo libero a prepararsi – spesso con più meticolosità che eroismo – per saltare sul treno della rivoluzione. Un treno che ci passa accanto con scadenze abbastanza regolari. Si pensi soltanto agli ultimi due secoli: il 1848, gli avvenimenti della Comune nel 1870, le scosse del primo dopoguerra in Russia (il 1917 appunto), Germania (il 1918 e il 1923) e Italia (nel cosiddetto biennio rosso), poi il ciclo di lotte degli anni ’60-’70. La rivoluzione – con buona pace dei nuovisti – è una realtà che mediamente ciascuno di noi ha la possibilità di incontrare una volta nella vita. Essere rivoluzionari significa provare a far sì che quando il treno passa non sia l’ennesima occasione perduta. Costruire un’organizzazione rivoluzionaria vuol dire porre questo obiettivo al centro di un progetto politico collettivo strutturato e in grado di cambiare il corso degli avvenimenti piuttosto che le virgole di una Finanziaria, di migliorare le condizioni di vita di milioni di persone piuttosto che le carriere di qualche decina di (nei secoli) fedeli alla linea. Proprio come fece chi – 90 anni fa e dopo 25 anni di lotte, scontri, esili, rotture e ricomposizioni – riuscì a spazzare via uno dei regimi assoluti più antichi e terribili della storia e a porre le basi affinché nel giro di 40 anni un paese più asiatico che europeo passasse da uno stadio di sviluppo semifeudale a mandare il primo uomo nello spazio. D’altra parte non sarà più difficile che costringere Prodi e Fassino a fare ciò che non hanno mai fatto in vita loro, cioè gli interessi dei lavoratori… ed è sicuramente più stimolante.
pubblicato il 2007-11-07 22:51:43
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