La violenza domestica va affrontata anche nel sindacato
Redazione
Dal 1992 al 2006, Christine Thomas è stata segretario della CADV (Campaign against Domestic Violence) in Inghilterra. Un’iniziativa che ha avuto un successo significativo, soprattutto nei sindacati.
Com’è iniziata la CADV?
La nostra campagna si sviluppò nel 1992 dopo un caso clamoroso di ingiustizia di genere. Una donna, Sara Thornton, aveva ucciso il marito dopo anni di violenza subita per mano di lui. Venne condannata all’ergastolo per omicidio volontario. Pochi giorni dopo, lo stesso tribunale scagionò un uomo che aveva ammazzato la moglie perché, secondo lui, era una ‘rompiscatole’. La campagna fu iniziata da alcune donne marxiste ma crebbe rapidamente coinvolgendo migliaia di donne e uomini che volevano lottare per ottenere riforme, per ottenere maggiore sensibilità rispetto alla violenza domestica e per conquistare più risorse per le donne che subiscono violenza. Il primo congresso della CADV prese anche la decisione di lanciare una campagna nei sindacati.
In quel periodo non era affatto chiaro che la violenza sulle donne fosse una questione da porre anche nel sindacato. La violenza domestica, come dice la parola stessa, di solito è qualcosa che succede entro quattro mura. Perciò, molti la consideravano un problema ‘personale’ nel quale non intromettersi. Allo stesso tempo, le femministe radicali argomentavano che nei sindacati i lavoratori sono tutti maschilisti e quindi bisognava organizzare una campagna separatista.
Come avete fatto per convincere la maggioranza di quest’orientamento?
Abbiamo spiegato il ruolo chiave che i sindacati possono giocare per combattere la violenza sulle donne a livello nazionale ma anche nei posti di lavoro. Nonostante l’indebolimento dei sindacati in Inghilterra avvenuto negli ultimi anni, questi continuano a organizzare milioni di lavoratori e fra loro molte donne ((le lavoratrici costituiscono il 50% dei 7 milioni di iscritti al sindacato in Inghilterra). Quindi, tendenzialmente i sindacati rappresentano una forza importante nella lotta per i cambiamenti sociali. Milioni di lavoratrici subiscono violenza ad opera di loro partner o ex partner e questa violenza spesso ricade sulla loro vita lavorativa. Per esempio, se una donna picchiata non può andare al lavoro per qualche giorno, quando telefona al datore di lavoro non dice che sta a casa perché è stata percossa dal marito, dice che ha la febbre o mal di stomaco. Se le sue assenze per ‘malattia’ sono troppo numerose possono portare anche al licenziamento. In alcuni casi può essere necessario cambiare lavoro per fuggire da un partner violento. In queste circostanze un sindacato cosciente potrebbe fornire un sostegno fondamentale, sopratutto nella pubblica amministrazione e nelle grandi aziende.
Quali sono stati i risultati della campagna?
Abbiamo accresciuto la sensibilità verso il problema della violenza sulle donne. A livello territoriale siamo riuscite a tenere aperte case rifugio minacciate da chiusura a causa dei tagli dall’amministrazione locale. Abbiamo anche conseguito importanti cambiamenti legali al livello nazionale. Come conseguenza della campagna nei sindacati, i maggiori tra questi hanno pubblicato un protocollo sulla violenza contro le donne. Hanno anche lanciato campagne di sensibilizzazione degli iscritti e di formazione dei rappresentanti nei posti di lavoro. Accordi importanti su questo tema sono stati firmati con i datori di lavoro nel settore pubblico nonché in quello privato. Nella pubblica amministrazione questi accordi vertevano anche su come comportarsi con le donne vittime di abusi che si rivolgessero agli enti pubblici. Complessivamente la campagna ha avuto molto successo, ma il problema non si ferma lì. La violenza, purtroppo, continua a tormentare la vita di tante donne. Non è un caso che gli statuti della CADV fanno riferimento alla necessità di una trasformazione sociale radicale per eliminarla.
pubblicato il 2009-10-05 23:16:40
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