Dibattito sull'Iran. Risposta a Eva Golinger e agli islamo-marxisti
redazione
Compagno Chavez, compagno Lula,
compagno Ahmadi Nejad? No, grazie!
Risposta a Eva Golinger e ai suoi estimatori italiani
In questi giorni nella sinistra italiana, di fronte ai drammatici avvenimenti in Iran, fioriscono singolari manifestazioni di simpatia verso la Repubblica Islamica, anche grazie alle prese di posizione di alcuni numi tutelari della stessa sinistra, tra cui Lula e Hugo Chavez, il quale ha dichiarato che in Iran non ci sono stati brogli e che la cosiddetta onda verde è semplicemente un’invenzione della CIA. Di fronte a tali affermazioni pensavamo non ci fosse bisogno di intraprendere lunghe discussioni teoriche. Basterebbe utilizzare il buon senso per dire che la sinistra non può appoggiare un regime dittatoriale teocratico e che Lula e Chavez parlano a difesa delle proprie economie. Ma, preso atto che per alcuni il buon senso non è sufficiente, veniamo ad argomentare questa affermazione. E siccome buona parte delle obiezioni vengono corroborate da una sedicente analisi “leninista”, attingeremo a qualche esempio tratto dalla storia del marxismo rivoluzionario, chiedendo anticipatamente scusa se saremo costretti ad essere un po’ pedanti. Il sito de L’Ernesto ha tradotto e pubblicato nei giorni scorsi un articolo di Eva Golinger, intitolato La “Rivoluzione Verde”: il copione è stato riproposto; questa volta in Iran, che ci sembra un buon compendio delle teorie complottiste islamo-marxiste e dunque scegliamo di rispondere a quell’articolo, anche perché l’autrice è un’intellettuale vicina proprio a Hugo Chavez. Nei prossimi giorni pubblicheremo l’articolo di Eva Golinger e questa nostra risposta sui siti di Controcorrente, che mettiamo a disposizione di chiunque voglia intervenire in merito, a partire dai compagni de L’Ernesto, che invitiamo a fare altrettanto.
Le tesi della Golinger si possono sintetizzare così:
1. la ribellione del popolo iraniano è assimilabile alle cosiddette “rivoluzioni colorate” avvenute in alcuni Stati dell’Est europeo e repubbliche ex sovietiche, come la “rivoluzione arancione” in Ucraina. In altre parole è l’imperialismo americano che, attraverso ONG, servizi segreti e altre agenzie governative, tira i fili della contestazione. Mostrare indulgenza nei confronti di chi manifesta significa dunque schierarsi con l’imperialismo, cioè con gli USA.
2. I brogli e l’immagine dittatoriale appiccicata alla Repubblica islamica sono un’invenzione mediatica mirata a screditare l’Iran, appunto perché rappresenta un ostacolo per l’imperialismo americano.
3. Ahmadi Nejad in realtà gode del sostegno del popolo iraniano, mentre il movimento scatenatosi dopo le elezioni esprime gli interessi esclusivi della borghesia e delle classi medie: una specie di cavallo di Troia per gli interessi americani in Iran.
1. Non c’è un solo imperialismo
E’ assodato che gli USA vedano nell’Iran un paese chiave per loro politica, vista l’influenza che esso esercita su una vasta area del mondo, attraverso i suoi legami con le enclavi sciite in Iraq, Libano, Siria, Pakistan, India e anche con organizzazioni dell’islam sunnita (ad esempio Hamas). Dunque è ovvio che lavorino per modificare gli assetti di potere interni all’Iran secondo i propri interessi. Trarne come conseguenza che chi contesta il regime è filoamericano ci sembra quanto meno discutibile. Viviamo in uno scenario mondiale complesso e segnato dal conflitto tra differenti imperialismi (non c’è solo quello americano) ed è abbastanza naturale che, in questo quadro, qualsiasi posizione si assuma su temi di politica internazionale possa essere strumentalizzata. Non è una novità. Vorrei ricordare che nel 1917 Lenin e gli altri rivoluzionari russi in esilio in Europa arrivarono in Russia per mettersi alla testa della rivoluzione nel famoso vagone piombato messo a disposizione dalla Germania, probabilmente insieme a una congrua dotazione di rubli, e che se il Kaiser fu così gentile doveva avere i suoi buoni motivi. Tant’è che per anni la propaganda dipinse i bolscevichi come spie e agenti dell’imperialismo tedesco. Avrebbero dovuto dire: “No, grazie. Andiamo a piedi”?
Seconda osservazione: siamo proprio sicuri che oggi Obama abbia interesse a sostenere una ribellione che nasce sì da uno scontro interno al regime, ma sotto la spinta popolare sembra sfuggire allo stesso controllo di Moussavi? A giudicare dalle dichiarazioni sue e dei principali governi occidentali parrebbe esattamente il contrario. Se davanti alla comunità finanziaria Obama, proprio nel momento in cui inizia la repressione, ci tiene a precisare che per gli USA Ahmadi Nejad e Moussavi pari sono, a noi sembra che, più che un incitazione alla rivolta, si tratti di una dichiarazione di neutralità. E se Ahmadi Nejad denuncia l’ingerenza degli USA dicendo di stupirsi che “Obama commetta gli stessi errori di Bush”, ma che “se da parte di Washinghton ci sarà un vero cambiamento noi lo accoglieremo favorevolmente”, per chi conosce il linguaggio della politica significa che, sotto la coltre della propaganda, il dialogo delle diplomazie non si è interrotto. Se infine il ministro Frattini, dopo gli spari sulla folla, ribadisce che l’Italia sosterrà la politica “della mano tesa” di Obama, e Massimo Fini, sul Sole24Ore, noto quotidiano antimperialista, pubblica un intervento intitolato Ma Ahmadi Nejad ha ragione: l’Iran della povera gente è con lui (anch’esso in bella evidenza sul sito de L’Ernesto), ciò dovrebbe essere ulteriore spunto di riflessione.
In realtà a noi sembra che Obama, Berlusconi e Putin colgano con grande precisione i caratteri politici e sociali della ribellione in Iran. In altre parole sanno che lo scontro tra Ahmadi Nejad e Moussavi, nato come un conflitto di potere tutto interno al regime, ha fatto emergere un groviglio di contraddizioni e di aspirazioni collettive che probabilmente travalicano le intenzioni di Moussavi e su cui lui stesso non è in grado di esercitare un controllo adeguato. Le elezioni sono state la classica goccia che ha fatto traboccare un vaso colmo di tensioni politiche e sociali crescenti, che già da alcuni anni si manifestavano nei fermenti delle classi medie più sensibili alle sirene occidentali, ma anche in una crescita significativa delle lotte sindacali e della contestazione studentesca. Il conflitto che ne è seguito dunque ha portato alle luce domande che non troveranno risposta nel quadro della Repubblica islamica e dunque spingono verso una possibile rottura con le compatibilità di quel quadro. Se negli ultimi giorni, anche come conseguenza della repressione brutale, agli slogan contro Ahmadi Nejad si sono aggiunte le grida di “Morte a Khamenei! Morte alla Repubblica islamica!” e la gente ha cominciato a bruciare le immagini della Guida religiosa, significa che la probabilità di una “soluzione interna”, quella che tutte le diplomazie occidentali perorano, sta diminuendo. Peraltro dal punto di vista americano ed europeo è più facile avviare una partnership con un regime autoritario oppure con un’ipotetica repubblica democratica che nascesse dalla sollevazione popolare? L’esperienza ci dice che gli USA (e non solo loro) preferiscono intrattenere rapporti con governi autoritari, anche quando fino a pochi mesi prima venivano considerati nemici. La “prudenza” americana (ed europea) rivela proprio il timore di mettere a rischio una possibile stagione di “distensione” col regime prima di sapere con certezza se Moussavi vincerà, in che modo e con quali conseguenze per il regime islamico. Le dichiarazioni da parte di Obama e delle gerarchie militari americane sul coinvolgimento dell’Iran nella ricostruzione dell’Afghanistan d’altro canto indicano con certezza che quella stagione è già iniziata (Corriere della Sera, 12/11/08: 'Sarebbe utile avere un interlocutore — ha detto al Post un alto ufficiale americano —, gli iraniani non vogliono almeno quanto non lo vogliamo noi, che l'Afghanistan sia retto da sunniti estremisti’). I leader “riformatori” storici iraniani oggi sembrano impegnati nella ricerca di una soluzione che permetta di mettere a lato Ahmadi Nejad e forse anche Khamenei preservando la repubblica islamica (vedi l’impeachment ipotizzato da Rafsanjani nei confronti dell’Ayatollah) e lo stesso Moussavi probabilmente non disprezzerebbe una soluzione di questo tipo. Il problema è: oggi, dopo decine di morti, centinaia di arresti, l’esplodere della rabbia popolare, tale mediazione è possibile e Moussavi sarebbe in grado di sottoscriverla? A noi non sembra scontato che la risposta sia sì. Arrivato alle elezioni come creatura di Rafsanjani, Moussavi, ex primo ministro e responsabile per lo sterminio di 30mila oppositori del regime (noi non ce lo siamo scordati), oggi è spinto dalle circostanze verso un’altra traiettoria. Lo scenario è contraddittorio e ci sono diversi finali possibili.
2. L’anti-imperialismo “unitario e plurale”, da Chavez a Ahmadi Nejad
A differenza di Eva Golinger, di Lula e di Hugo Chavez noi non abbiamo granitiche certezze sulla vittoria di Ahmadi Nejad né su quella del suo rivale, anche se l’ammissione di qualche “errorino” da parte di Khamenei è acclarata. Ma il punto è che - con o senza brogli - quando un candidato per essere eleggibile deve essere costituzionalmente “approvato” dalla Guida religiosa e professarsi musulmano di confessione sciita, cioè quando vi sono forze politiche (tra cui quelle di sinistra) escluse dalle candidature, il tasso di democraticità di un sistema politico non si misura più in base alla “regolarità” degli scrutini. Noi che, da marxisti, non facciamo della democrazia borghese un feticcio, pensiamo che, dal punto di vista dei lavoratori e delle classi subalterne, un sistema democratico sia preferibile a una teocrazia. E sappiamo che la rivendicazione collettiva di semplici diritti democratici si accompagna e si intreccia per lo più con la richiesta di giustizia sociale. Tuttavia dobbiamo riconoscere di essere viziati da qualche pregiudizio ideologico. Tanto da ritenere - a differenza di Eva Golinger - che quando la polizia spara su donne e bambini, ciò costituisca un crimine e non “una presunta violazione dei loro diritti” (a meno che anche i morti non siano una fiction girata negli studios della Paramount a Hollywood).
I compagni de L’Ernesto ci risponderanno citando la famosa frase di Lenin a proposito dell’emiro afghano Amanullah - “E’ un reazionario, ma lotta contro l’imperialismo” -, utilizzata dai “marxisti-leninisti” per giustificare l’appoggio a un fronte antimperialista che va da Chavez a Ahmadi Nejad, magari passando per il mullah Omar e - perché no? - Osama Bin Laden. Ma Amanullah era un reazionario che negli anni ‘20 abolì la schiavitù e l’usura (a danno dei commercianti e dei grandi proprietari terrieri); bandì la poligamia, l’obbligo per le donne di portare il velo, la pratica dei matrimoni imposti e introdusse le scuole miste. Infine lottò per l’indipendenza dell’Afghanistan dall’impero coloniale inglese e venne rovesciato con l’appoggio dei clan tribali ostili alla modernizzazione. Noi siamo antimperialisti perché sosteniamo il diritto di tutti i popoli a difendere la propria indipendenza e la propria sovranità, a prescindere dal regime che vi governa. Sosteniamo il diritto degli iracheni e degli afghani a resistere armi in pugno all’invasione americana ed europea. Difendiamo il diritto del popolo iraniano a scegliere se dotarsi o meno del nucleare e se ciò portasse a ritorsioni o peggio aggressioni militari da parte americana o israeliana ci schiereremmo contro. Ma sdoganare la politica interna degli ayatollah in nome della lotta contro l’imperialismo significa tuffarsi nel paradosso: in Italia la sinistra rivendica più diritti e libertà per i lavoratori, ma ai lavoratori iraniani chiede di sacrificarsi “per il bene del proletariato mondiale”. In Italia la sinistra difende la magistratura, Vauro e Santoro dal “regime” di Berlusconi, ma ai manifestanti di Tehran chiede la dichiarazione dei redditi per vedere se sono proletari o classe media (e se hanno l’IPhone o usano Twitter è già un indizio di colpa, come se l’Iran fosse il Burkina Faso). La lotta contro l’imperialismo non può essere disgiunta da quella per l’emancipazione sociale dei lavoratori e dei ceti popolari. E affrontare l’imperialismo americano come se fosse l’unico imperialismo è sbagliato e non giova alla causa di questi ultimi. Non è dicendo il contrario di quello che dice il Dipartimento di Stato americano che si lotta contro l’imperialismo. I fenomeni sociali e politici sono spesso contraddittori e affrontarli semplicemente capovolgendo il punto di vista del “grande Satana” è segno di subalternità. Il marxismo fonda la sua politica sulla necessità di un punto di vista autonomo e internazionalista dei lavoratori e delle classi subalterne, non sul rimpallo delle disgrazie tra i lavoratori di diversi paesi.
3. I fattori sociali nello scontro in Iran
Qui entra in campo il vero e proprio fondamento teoretico del complottismo di Eva Golinger e degli islamo-marxisti: in Iran i lavoratori e le classi subalterne starebbero con Ahmadi Nejad e la borghesia e le classi medie (prima o poi qualcuno ci spiegherà cosa sono) con Moussavi. Che le classi medie stiano con Moussavi non ci piove. La borghesia, come è nella sua natura, segue gli avvenimenti aspettando di capire come butta. A noi sembra peraltro che la borghesia iraniana non abbia troppo di che lamentarsi di Ahmadi Nejad. Dal 2005 al 2008 - secondo il Ministro delle Finanze e responsabile dell’IPO (Iranian Privatization Organization) Golamrezha Kord Zaghaneh - la Repubblica Islamica ha privatizzato un terzo degli assets statali, circa 330 aziende di Stato - banche, telecomunicazioni, trasporti, scuola sanità, settore petrolifero, persino la pesca - per un valore di 330 miliardi di real, precisando che “l’ampiezza delle privatizzazioni in Iran è di gran lunga maggiore che in Europa e in particolare in Francia, cioè nel paese che ha aperto la strada all’ondata di privatizzazioni europee”. Per quanto riguarda invece il vasto sostegno popolare ad Ahmadi Nejad andrebbe dimostrato in modo un po’ più serio. Invece c’è chi addita come prova i dati elettorali forniti dal governo iraniano, il che equivale a dire che i lavoratori iraniani stanno con Ahmadi Nejad perché lo dice Ahmadi Nejad. C’è chi dice che i Basiji sono “figli del popolo”, parafrasando i famosi versi scritti da Pasolini nel ’68, dopo gli scontri di Valle Giulia (“Quando a Valle Giulia avete fatto a botte coi poliziotti io simpatizzavo coi poliziotti. Perché i poliziotti sono figli dei poveri”). Noi, finché qualcuno non ci porta argomentazioni e dati più seri, persisteremo nelle nostre erronee convinzioni, consolandoci di essere in compagnia di tutte le organizzazioni della sinistra iraniana, compresi i marxisti-leninisti del Tudeh. D’altra parte vorremmo ricordare che anche Mussolini godette di un significativo sostegno popolare, tanto da arrivare al potere di fatto per via parlamentare (certo dopo aver fatto fuori un bel po’ di socialisti e comunisti). Che il fascismo in Italia si fece promotore di una legislazione sociale relativamente avanzata: il welfare e l’industria pubblica italiani nascono proprio in quel periodo. Che infine combatté gli imperialismi americano e inglese. Evidentemente ciò non bastò ai lavoratori. Il dispiegarsi degli avvenimenti influisce sulla coscienza sociale e politica di massa: il consenso svanì, il fascismo entrò in crisi e l’URSS e il PCI conclusero un’alleanza militare con gli imperialismi americano e inglese e coi partiti italiani delle classi medie, alleanza che, dopo la “svolta di Salerno” da parte di Togliatti, divenne purtroppo qualcosa di più di una semplice patto di collaborazione militare.
In questi anni in Iran si è manifestata una forte crescita delle lotte sindacali, in particolare nel settore auto, negli zuccherifici, nei trasporti e nella scuola. Centinaia di sindacalisti si trovano in carcere e lo scorso Primo Maggio le manifestazioni del May Day sono state apertamente ostacolate dall’occhiuta polizia del regime. A meno di pensare che sindacalisti e scioperanti siamo provocatori al soldo dell’imperialismo yankee ciò sembra contraddire quanto dicono Eva Golinger e accoliti. D’altra parte quando si parla di sostegno popolare in un paese in cui vi sono 8 milioni di dipendenti pubblici che vengono portati in autobus in orario di lavoro ai comizi dei leader politici e religiosi e che per ritirare lo stipendio successivo devono giustificare la loro eventuale assenza, bisognerebbe avere l’accortezza di usare almeno le virgolette. Così come bisognerebbe evitare di rendere l’equazione onda verde=classi medie una legge della fisica. Guardare con attenzione ai fatti, soprattutto quando ci si trova di fronte a fenomeni complessi come una grande sollevazione politica, aiuta a capirne le dinamiche e le articolazioni interne. La politica è una scienza empirica, in cui si parte dai fatti e se ne ricavano delle leggi, non una scienza pura in cui dalle leggi si deducono i fatti. Sul numero di giugno del bollettino mensile di Controcorrente abbiamo tradotto e pubblicato un comunicato del sindacato interno della Vahed Bus Company, la compagnia che gestisce il trasporto pubblico locale nel comprensorio di Tehran. Quel sindacato, che durante la campagna elettorale non aveva sostenuto alcun candidato, argomentando che nessuno di loro rappresentava gli interessi dei lavoratori, dopo le elezioni annuncia il suo appoggio non a Moussavi, ma al movimento contro il regime e invita la Confederazione Internazionale dei Sindacati a mobilitarsi non solo per la liberazione dei sindacalisti iraniani in carcere e il diritto alla costituzione di sindacati indipendenti in Iran, ma anche il rispetto dei diritti negati agli iraniani scesi in piazza dopo le elezioni. Dopo l’inizio della violenta repressione da parte del regime (o delle “azioni aggressive da parte dei manifestanti” come scrive Eva Golinger) circola la notizia che un autista della Vahed Bus Company si sia gettato col suo mezzo su un drappello di miliziani Basiji, uccidendone alcuni. Questo episodio - e di analoghi se ne possono trovare andando a scartabellare il numeroso materiale video, audio e scritto reperibile su internet - è il sintomo di come le condizioni oggettive influenzino il posizionamento soggettivo di settori di classe e lo modifichino. Non credo che i tramvieri di Tehran abbiano modificato il proprio giudizio “di classe” su Moussavi. Semplicemente hanno ritenuto che nuove circostanze oggettive abbiano modificato il ruolo dell’ “onda verde” a prescindere dalle intenzioni del suo leader. E probabilmente hanno deciso di “usare” Moussavi come una copertura meno rischiosa per esprimere le proprie aspirazioni. Proprio come nei forum su internet i manifestanti si consigliano reciprocamente di andare in piazza col Corano per avere una “copertura” dalla giurisprudenza islamica ed evitare di essere assassinati dalle forze di sicurezza.
4. Flessibili a Roma, inflessibili a Tehran…
L’idea di una rivoluzione in provetta, in cui tutti gli attori sociali procedono linearmente senza commistioni e intrecci, e le scelte politiche e gli eventi della storia si conformano alle lezioni di un presunto bignami marxista della rivoluzione è astorica e anche un po’ ingenua. Nel 1905 i bolscevichi stavano dentro i sindacati gialli organizzati da Zubatov, un funzionario della polizia zarista, protagonisti della rivolta diretta dal Pope Gapon, un personaggio personalmente e ideologicamente ambiguo. Nel 1917 rovesciarono il regime autocratico dello zar appoggiandosi alla borghesia e successivamente il governo borghese alleandosi ai contadini. Negli anni ’20 in Germania l’Internazionale Comunista aprì un dibattito col movimento nazionalista dei Völkischen, proponendo nei fatti un’alleanza tra i lavoratori e la piccola borghesia rovinata dalla crisi economica e in Italia, contro le direttive di Bordiga e con la simpatia di Gramsci, incoraggiò il PCdI all’unità d’azione col movimento degli Arditi del Popolo, un altro movimento nazionalista e perfino con D’Annunzio e i legionari fiumani. Lenin insomma, fuori da ogni semplificazione, utilizzò l’ideologia e il metodo marxisti come un vero e proprio “utensile rivoluzionario” da impiegare pragmaticamente (non opportunisticamente) per cambiare il mondo. Certo per i marxisti è fondamentale unire le proprie alle altrui forze senza perdere la propria autonomia politica e questo è un problema che si pone anche alle forze marxiste iraniane. Ma il punto è come a questo problema si cerca una soluzione a partire dalle condizioni concrete dell’Iran di oggi; un tema che va affrontato senza schematismi. Sennò il risultato è la politica dei cento fiori. Eva Golinger dice che la sinistra deve stare coi Pasdaran. Il Partito Comunista dei Lavoratori, dopo una disamina degli errori commessi dalla sinistra iraniana al completo, intima ex cathedra ai lavoratori iraniani di rompere con la borghesia e poi si ritira nel proprio studiolo (senza neanche inviare un drappello di compagni a Tehran per dare al proletariato persiano un esempio di risoluto e intransigente spirito di indipendenza di classe). L’inossidabile Fulvio Grimaldi, dice che la sinistra non deve stare da nessuna parte. Da un’altra parte i “democratici” franceschiniani si imbavagliano coi fazzoletti verdi pur di non dover dire nulla di compromettente.
Per concludere le posizioni di Eva Golinger e dei suoi sostenitori, più o meno “leninisti”, - lo diceva bene Marco D’Eramo qualche giorno fa sul Manifesto - sembrano essere il frutto di quella legge per cui il nemico del mio nemico è mio amico. Ma la proprietà transitiva, che si applica perfettamente agli oggetti dell’algebra e della geometria, non può essere trasposta meccanicamente sul terreno della politica. La politica non è una scienza pura, che manipola enti ideali e astratti come sono i punti e le linee. E’ una scienza empirica, che tratta fenomeni sociali complessi fatti da cose e soprattutto da persone che a volte finiscono per bagnare col proprio sangue il selciato della strade. Come a Tehran. Vale anche per chi resuscita teorie campiste, già utilizzate in modo discutibile nel passato, pensando di riempire la nicchia lasciata vuota dall’URSS con la Repubblica islamica e di mettere la statuetta di Ahmadi Nejad al posto di quella di Breznev. Ma fare questo equivale a proiettare alla politica internazionale quella logica bipolare che tutti critichiamo - almeno a parole - e che in Italia, in nome della lotta a Berlusconi, ci porta a considerare tutti i suoi avversari nostri potenziali alleati. D’altro canto vorrei dire ai compagni de L’Ernesto e ai vari filoni del marxismo doc in bottiglia millesimata che tutta questa intransigenza nei confronti dell’onda verde è un po’ paradossale. Chi scrive, esattamente come i compagni de L’Ernesto, milita in un partito che non molto tempo fa sedeva sugli scranni parlamentari e votava il rifinanziamento di missioni militari italiane agli ordini del comando americano. Naturalmente si potrà obiettare che a volte prevalgono ragioni “tattiche”. Ma, se è così, allora le attenuanti generiche valgono per chi in Iran assume posizioni ritenute “poco ortodosse” tanto quanto valevano per noi. In ultimo crediamo che tutta questa dissertazione, di cui ci scusiamo per la seconda volta, sarebbe evitabile se ci limitassimo a dire una cosa che per tanta gente di sinistra non necessita di spiegazioni teoriche. I comunisti sono gente dura, perché si formano (o almeno dovrebbero) alla scuola dello sfruttamento capitalistico. Sanno cosa vuol dire affrontare le difficoltà della vita, i licenziamenti, la disoccupazione, le discriminazioni e anche la violenza e sanno cosa vuol dire difendersi coi mezzi a disposizione, se è necessario anche attraverso l’uso della forza. Ma essere duri non significa non distinguere l’utilizzo della forza dalla barbarie. In Iran noi non vediamo uno Stato che si difende da forze oscure e impenetrabili. Vediamo una crudeltà cieca ed efferata che colpisce milioni di persone e non c’è nessuna idea di progresso, di giustizia sociale, di presunta lotta contro l’imperialismo che possa combinarsi con tale efferatezza né giustificarla.
27 giugno 2009
Alì Ghaderi
Responsabile Esteri Fedayn del Popolo Iraniano
Marco Veruggio
Direzione nazionale PRC/Portavoce nazionale Controcorrente Sinistra PRC
pubblicato il 2009-06-29 16:21:35
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