ControCorrente a Ferrando: 'L'illusione pericolosa dell'autosufficienza'
redazione
Di Marco Veruggio
Caro Marco e cari compagni e compagne del PCL,
siete l’unica forza della sinistra anticapitalista a non aver inviato propri esponenti nazionali al nostro meeting di novembre e dunque ci è sembrato naturale chiedervi di intervenire sull’ultimo numero di RESISTENZE. Come abbiamo detto a Sinistra Critica, Sinistra Popolare e Comunisti Uniti, per noi il collasso della sinistra italiana ren-de indispensabile un ragionamento comune tra le forze che convengano sulla necessità di una sinistra dei lavora-tori anticapitalista e alternativa al centrosinistra. Non proponiamo né una federazione né un nuovo partito - sarebbe oggi un’evidente forzatura - ma l’apertura di una collaborazione su alcune iniziative concrete e di una riflessione comune sulla prospettiva.
Ci perdonerete la brutalità, ma, tolte le formule diplomatiche, traduciamo la risposta di Marco così: “Rizzo e Turigliatto non ci interessano. Con voi invece si può parlare purché usciate da Rifondazione e vi uniate a noi”. Al-trettanto brutalmente, ma con grande schiettezza, vi diciamo che questa risposta, tanto più in questo quadro, ci sembra un po’ autistica. In tre anni e mezzo abbiamo dimostrato di non avere il gusto della polemica, ma credia-mo che il testo di Marco meriti, una tantum, una replica.
Sono d’accordo con te, caro Marco, quando evochi la necessità di un bilancio. Ma risolversela a buon mercato, presentandosi come la locomotiva di un treno senza vagoni non mi sembra il modo migliore per farvi fronte, né nella discussione con noi, né tantomeno - se mi concedi una piccola “ingerenza” - in quella coi tuoi compagni. Ho partecipato a tutto il dibattito che si svolse tra di noi prima della vostra uscita dal PRC, decisione, che - com’è noto - non condivisi insieme ad altri, tanto da rimanere in Rifon-dazione e fondare ControCorrente. Allora ci spiegaste che la scissione e la costituzione di un partito rivoluzionario vi avrebbero permesso di occupare lo spazio politico che si sarebbe aperto in modo stabile alla sinistra di PRC e PDCI a causa della partecipazione al Governo Prodi. E che l’in-sediamento sociale che ci era mancato fino a quel momento - perché intrappolati dentro Rifondazione - vi sarebbe stato possibile una volta diventati organizzazione indipen-dente. Dopo quasi 4 anni noi non vediamo né l’occupa-zione dello spazio, né il partito rivoluzionario, né tantomeno l’insediamento sociale: è su questo - a nostro avviso - che dovrebbe incentrarsi un bilancio.
Quanto a noi non abbiamo pensato di poter “spostare a sinistra” i gruppi dirigenti di Rifondazione nei suoi primi 15 anni e non vedo perché avremmo dovuto cominciare a farlo dopo la vostra uscita. Abbiamo semplicemente cercato di preservare un’area organizzata di compagni con un piccolo radicamento sociale in alcuni settori strategici del capitalismo italiano e di investirla in un’azione non semplicemente propagandistica, in attesa di avere più elementi per intravvedere un’alternativa non troppo aleatoria.
Oggi ci sembra che il precipitare della crisi a sinistra interroghi tutti su che cosa fare dopo un diluvio universale che a noi sembra probabile e forse anche imminente. E che verrà percepito dalla stragrande maggioranza dei lavoratori e del popolo di sinistra come un travolgimento della sinistra nel suo complesso, non di tutta la sinistra italiana tranne il Partito Comunista dei Lavoratori. Ci piacerebbe ragionarne con chi è più vicino a noi, indipen-dentemente dalle diverse scelte tattiche che abbiamo compiuto in questi anni. Perché stare o non stare nel PRC – forse è bene ricordarlo - non è per noi una scelta strategica più di quanto lo sia stata per noi e voi dal ’90 al 2006.
Se si apre una discussione di questo genere - e non è la proposta di confluire in un unico partito - e soprattutto se si vuole che tale discussione affondi le proprie radici nel mondo reale, bisogna cercare di non mettere troppe condizioni e soprattutto di far sì che tali condizioni siano comprensibili a coloro cui ci rivolgiamo. Possiamo pensa-re, di fronte al tracollo, di dire ai lavoratori di Termini Imerese, ai dipendenti di Eutelia, alla gente della Val di Susa che la discriminante per ricostruire una sinistra che li difenda è il ‘programma di transizione’? E d’altra parte sovraccaricare una discussione di condizioni sine qua non non rivela un timore del confronto incomprensibile, tanto più per chi è così sicuro delle proprie scelte passate, presenti e future?
Lo si voglia o no la nostra gente ci chiede più unità di fronte al precipitare degli eventi. Mostrarci incapaci di parlare tra simili non farebbe che spianare la strada a chi agita ipocritamente la bandiera di un’illusoria “unità da Vendola a Ferrando” proprio per promuovere quei Comitati di Liberazione Nazionale contro Berlusconi (e magari con dentro l’UDC) che tu, caro Marco, citi. Ci sono molte realtà in cui compagni nostri, vostri, di Sinistra Critica, di altri gruppi o privi di appartenenza, pur nelle differenze, collaborano senza paura di contaminazioni e noi, mentre crolla il soffitto, ci trinceriamo dietro la moltiplicazione delle discriminanti? Non vorrei che finissimo per apparire come in Brian di Nazareth, l’esilarante parodia dell’estrema sinistra anni ’70, ambientata dai Monthy Python all’epoca di Gesù e in cui il leader del Fronte Popolare ‘di Giudea’ spiega a un adepto che il peggior nemico non sono i ro-mani ma il Fronte Popolare ‘Giudeo’. Al contrario, se dessimo il segnale che ci parliamo, pur tra diversi, ciò potrebbe catturare l’attenzione di molti più compagni di quelli che otteniamo dalla somma dei nostri piccoli bacini di consenso e soprattutto di una base sociale della sinistra che oggi esprime il massimo livello storico di critica verso i propri dirigenti. Il diluvio è in arrivo e nessuno di noi è in grado di costruire la propria arca di Noè privata.
pubblicato il 2010-03-02 09:19:20
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