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Congresso. O una CGIL di lotta o una CGIL disarmata


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redazione

Intervento di M. Veruggio al congresso della CdLM di Genova

Poiché l’argomento è tornato più volte, anche nel corso di questi due giorni, per prima cosa voglio ricordare che in quasi tutte le assemblee che ho fatto nelle scorse settimane ho sentito dire che la presenza di due documenti contrapposti in questo congresso rappresenterebbe un elemento di divisione – e dunque di debolezza – per la CGIL o, come diceva il segretario generale nella sua relazione, un elemento di difficile comprensione per i lavoratori. Pure noi oggi affrontiamo questo congresso della Camera del Lavoro di Genova senza che vi sia alcuna indicazione circa la possibilità di una gestione unitaria della nostra organizzazione. Forse, per qualcuno, se maggioranza e minoranza si dividono sui contenuti è un elemento di debolezza e se invece si dividono sui ruoli – una al governo della CGIL e l’altra all’opposizione – ciò diventa un punto di forza, qualcosa di comprensibile per i lavoratori, sempre per citare Fabiocchi.

Ciò non soltanto dimostrerebbe che tutto questo afflato unitario che abbiamo respirato nelle assemblee di base era un espediente congressuale, ma sarebbe soprattutto sintomo di poca lungimiranza. Perché, compagni e compagne, i congressi finiscono, ma poi, quando all’orizzonte si profilano le tempeste – e questa dell’arbitrato mi sembra un vero e proprio uragano – e quando si avvicina il momento della chiamata alle armi, tutti noi qui sappiamo che uno dei punti di forza certi che ci rimangono sono proprio quei lavoratori che qualcuno in questo congresso ha giudicato ‘troppo vivaci’: sono i lavoratori delle fabbriche, sono i lavoratori del porto, sono i lavoratori delle ex aziende comunali.

Perché i lavoratori sono tutti uguali, ma allo stesso tempo occupano posizioni diverse. Alcuni sono più concentrati e più vicini al cuore della produzione, altri sono più dispersi e alla periferia del sistema. E proprio per questo in questo congresso noi avremmo dovuto discutere su come far sì che i primi possano esercitare un ruolo di traino senza essere lasciati soli e i secondi possano beneficiare della forza dei primi e dire loro: ‘Ci siamo anche noi’. Questa, compagni e compagne, dovrebbe essere la ‘confederalità’, perché se la confederazione non è la cabina di coordinamento delle categorie e delle loro mobilitazioni allora rischia di essere ben poca cosa: la camera di compensazione, l’organo di rappresentanza diplomatica della CGIL presso le istituzioni e non credo proprio che sia ciò di cui abbiamo bisogno.

Eppure in alcune assemblee – tolte le assicurazioni di prammatica che ‘siamo tutti con la FIOM’ – ho sentito dire che se in CGIL passa il modello FIOM diventiamo il sindacato del NO, quello che fa fare tante ore di sciopero ai suoi iscritti, ma non è in grado di assicurare loro un buon contratto, mentre ci sarebbero categorie che hanno siglato buoni contratti senza chiedere ai loro iscritti una sola ora di sciopero. In tutta franchezza vi confesso che queste affermazioni mi preoccupano. Mi preoccupano, perché se dentro la CGIL cominciano ad avere cittadinanza quelle stesse argomentazioni che da anni vengono scagliate contro la CGIL, qui sì, compagni e compagne, che vedo il pericolo di un indebolimento dall’interno della nostra organizzazione.

D’altra parte non ci vuole una laurea in economia per sapere che un padrone ti può fare un ‘regalo’ – più probabilmente un ‘regalino’ – quando pensa che tu sei forte e lui è debole e decide che è meglio non scontrarsi. Ma oggi, proprio perché - come ci è stato spiegato diffusamente nelle assemblee - c’è la crisi, perché i lavoratori arretrano, perché la sinistra è sempre più lontana dai lavoratori, oggi non sono disponibili a regalarti nulla e se vuoi qualcosa te lo devi guadagnare e, da che mondo è mondo, i lavoratori le loro vittorie se le sono guadagnate esercitando la propria forza e non deplorando un giorno sì e l’altro anche l’avversità del destino e la malvagità dei propri avversari. Perché sarà anche vero che oggi siamo meno forti di qualche anno fa, ma non è certo evocando in continuazione la nostra debolezza che costruiamo l’inversione di tendenza, come invece dovremmo fare.

E proprio perché non ci vuole una laurea in economia e perché io credo che queste cose qui le sappiamo tutti, penso che questa non sia una discussione tattica, ma che in realtà al fondo di questa discussione si nasconda un nodo irrisolto che ci trasciniamo da anni e che purtroppo anche questo congresso non riuscirà a sciogliere ed è la questione del modello sindacale. Qui non si tratta di decidere se dobbiamo o non dobbiamo ‘dialogare’ con CISL e UIL, che, come diceva qualcuno stamattina, mi sembrerebbe un modo un po’ superficiale di affrontare il problema. Qui si tratta di prendere atto che CISL e UIL la loro scelta l’hanno fatta ed è quella di un sindacato che vive negli enti bilaterali e nei consigli d’amministrazione dei fondi pensione o dei fondi sanitari integrativi piuttosto che nei luoghi di lavoro. E se noi siamo contro questo modello, bè, io non vedo altra alternativa che quella del sindacato come strumento di rappresentanza di classe dei lavoratori, che vive in primo luogo dell’esercizio della sua forza organizzata nei posti di lavoro e nella società.

Ma se invece noi diamo a intendere, magari con l’accortezza e la malizia da sindacalisti di non dirlo, che questi sono cascami del passato e che la lotta è una roba da metalmeccanici, allora qui noi ci assumiamo la responsabilità – e dobbiamo dircelo – di presentarci disarmati proprio mentre cercano di strapparci quello che Brunetta chiede alla CGIL dal 1990 e che non sono riusciti a prendersi nel 2002 e cioè la liberalizzazione dei licenziamenti nel nostro paese. Che – se mi consentite – viene prima del fisco, perché per toglierti le tasse dalla busta paga devo prima garantirti di avercela una busta paga.

In conclusione, visto che il segretario generale ha chiuso la sua relazione con una citazione letteraria, invitandoci a seguire l’esempio di Ulisse in navigazione verso Itaca, per una volta, anche se non è mia abitudine, voglio fare anch’io una citazione, ricordando che Dante, nella Divina Commedia, descrive Ulisse come colui che ‘fece ali al folle volo’. Bene, non vorrei che in questo congresso anche la CGIL decidesse di spiccare un folle volo, anche perché – coi tempi che corrono, temo che l’atterraggio non sarebbe dei più morbidi.


pubblicato il 2010-03-11 16:45:11


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