Controcorrente: corrente nata il 16 dicembre 2006 per sostituire quella che fu Progetto Comunista di Marco Ferrando. Può contare su un menbro in Cpn (Marco Veruggio) e due in cng ( Alì Ghaderi, Luigi Minghetti) già organici alla corrente di Ferrando.
Internazionale
Intervista a L. Redler sul cantiere della sinistra tedesca 2007-07-19 20:42:58
"La nascita della Wasg di Lafontaine aveva suscitato speranze nella sinistra tedesca. La Linke le sta frustrando"
Lucy Redler fa parte dell’esecutivo nazionale della Wasg di Oskar Lafontaine ed è una delle principali dirigenti della sinistra interna. Capolista alle elezioni berlinesi dello scorso settembre, dove la Wasg ha ottenuto 52 mila voti ma non è riuscita ad ottenere un seggio, Lucy nei mesi scorsi è stata in prima fila nel contrastare l’unificazione senza alcuna base di carattere programmatico tra la Wasg e la L.Pds di Gregor Gysi. Una situazione che – fatte le debite differenze – non si presenta molto differente da quella che stiamo affrontando dentro Rifondazione dopo il lancio della prospettiva di un “cantiere” della sinistra italiana da parte di Bertinotti e Giordano. Non è un caso se Liberazione e in generale la stampa italiana non hanno detto una sola parola sul dibattito avvenuto in seno alla Wasg. Perché ciò avrebbe incrinato la fede nel processo costitutivo della Sinistra Europea, di cui il nuovo partito tedesco, la Linke, rappresenta, assieme a Rifondazione, il pezzo forte.
- Lucy, puoi descriverci brevemente la situazione politica, economica e sociale in Germania? La Grande Coalizione, dal punto di vista padronale, funziona o no?
La Grande Coalizione, dal punto di vista padronale, funziona di sicuro. C’è una massiccia deregolamentazione del mercato del lavoro, nella sanità e nei servizi sociali. L’altro tasso di disoccupazione determina la compressione dei salari. E proprio per le giovani generazioni la situazione peggiora considerevolmente. Gli attacchi iniziati dal Governo Schröder sono stati ulteriormente sviluppati.
- Il Governo ha neutralizzato la lotta di classe o si è sviluppata una reazione sociale? Cosa accade nel sindacato?
A livello aziendale negli ultimi mesi vi sono state proteste e scioperi molto sentiti. Di fonte alla minaccia di perdere il lavoro c’è resistenza, poiché è chiaro che al lavoratore non verrà dato nulla al posto di ciò che perde. Su questo tema si è manifestata molta più solidarietà che negli anni passati tra lavoratori di diverse aziende. I tentativi di ricatto da parte dei datori di lavoro tuttavia di solito, purtroppo, sono efficaci. In cambio di una vaga speranza di poter mantenere il lavoro si rinuncia a parti consistenti di salario, indennità e riduzioni dell’orario. Le direzioni sindacali giocano il ruolo molto triste di artefici della collaborazione di classe e hanno accettato molti peggioramenti. Vi sono molti lavoratori che abbandonano il sindacato.
- Angela Merkel sembra voler ridare alla Germania un importante ruolo internazionale. Si può parlare di imperialismo tedesco?
Certo. Si cerca - a ritmo serrato - di rompere molti tabù, per potere di nuovo aver voce in capitolo, anche sul terreno militare. I Tornado tedeschi da poco sono stati mandati in Afghanistan. Il Ministro degli Esteri non esclude un intervento militare in Iran come ultima spiaggia. La Germania con Angela Merkel ha assunto la presidenza della Unione Europea e lei si sta spendendo a sostegno della Costituzione europea, che condurrà a un riarmo legale di tutti gli Stati aderenti. Il processo di militarizzazione era iniziato già sotto il precedente Governo rosso-verde per mano di Fischer (Joschka Fischer, ministro verde del Governo Schröder N.d.T.). Le missioni all’estero sono state rese accettabili da lui e Angela Merkel ha proseguito su questa strada. L’unica differenza è che la Merkel porta avanti una politica più amichevole nei confronti degli Stati Uniti. Ma Fischer si è impegnato per un’Europa dai tratti fortemente imperialistici. Non c’è nulla di progressista in questo atteggiamento!
- La Wasg e la Pds hanno deciso di unificarsi e a giugno questo processo avrà inizio. Come giudichi l’unificazione? Voi cosa farete?
La fondazione della Wasg è stata accompagnata per molti militanti da una grande speranza di costruire una nuova e dinamica forza di sinistra. Un grande passo avanti della Wasg è stato quello di rifiutare – a differenza della Pds – l’ingresso negli esecutivi che conducono politiche di smantellamento del Welfare. La fusione con la Linkspartei.Pds e i metodi con cui questa è stata portata avanti hanno distrutto questa speranza. In molti già lo scorso anno hanno lasciato la Wasg. Il partito unificato sarà dominato dai parlamentari e dai funzionari della vecchia Pds. In Germania Est e a Berlino, dove c’è stata la partecipazione ai governi regionali e comunali, assisteremo a una semplice prosecuzione della politica della L.Pds. All’Ovest la situazione è diversa. Il partito avrà un’altra fisionomia, poiché là non è parte di nessun governo. Sul piano elettorale potrà credibilmente presentarsi come un’alternativa di sinistra ai partiti tradizionali e guadagnare un consenso crescente. Ciò non significa tuttavia che si tratterà di un partito attivo, vitale, in grado di imporre dei cambiamenti. Vediamo poche chance di determinare una svolta attraverso il dibattito interno, a causa del tipo di costruzione e della vita interna al partito, viziate entrambe dalla burocrazia. Perciò nel prossimo periodo noi ci dedicheremo a rafforzare la costruzione della Sav (Sozialistische Alternative, principale componente organizzata dell’opposizione interna alla Wasg, di matrice trotskista. N.d.T.), come forza marxista. Nella Germania Ovest i membri della Sav non usciranno dal nuovo partito quando questo verrà fondato.
- Dunque cosa accadrà alla sinistra tedesca?
Il nuovo partito avrà un orientamento fortemente centrato sull’attività parlamentare e temo che le politiche di taglio ai bilanci che la Lpds berlinese porta avanti nel Governo regionale di Berlino costituiranno un modello per gli altri Laender. Molti dirigenti del partito già oggi si augurano partecipazioni ai governi regionali. Tuttavia, in mancanza di alternative nel panorama politico, la Linke verrà percepita come un’alternativa di sinistra. Ma è inverosimile che lavoratori e cittadini comuni si aspettino un miglioramento della propria situazione attraverso questo partito e vi entrino per costruirlo attivamente. Solo un afflusso di lavoratori e di giovani, in seguito a un’ondata di lotta di classe, può ostacolare la deriva a destra del nuovo soggetto. Non è escluso che ciò accada, ma al momento non è la prospettiva più verosimile.
5. La Linke rappresenta un pezzo importante della Sinistra Europea. Dall’esterno che opinione vi siete fatti della politica di Rifondazione e di Bertinotti?
La svolta moderata di Rifondazione viene guardata con preoccupazione da molti nella Linke. Anche se Rifondazione ha una base combattiva Bertinotti impone la sua politica. Un partito di sinistra che per “evitare il peggio” rimane al governo non può ottenere alcun risultato per i lavoratori e verrà costretto, giorno dopo giorno, a rendersi responsabile degli attacchi nei loro confronti. Noi a Berlino abbiamo dovuto sperimentarlo sul nostro corpo e tracciare un bilancio fallimentare dellapolitica della Linkspartei. Naturalmente Rifondazione paga anche il fio delle sue ultime scelte. La politica della maggioranza del Prc, attraverso l’accettazione dei 12 punti, ha condotto a un abbandono da parte di molti militanti. E inoltre Prodi, dopo la crisi di Governo, sta più saldamente in sella e il Prc ne esce indebolito.
- Torniamo alla Germania. Che prospettive future ha la Grande Coalizione? Secondo te vivrà a lungo?
Questo dipende dal conflitto di classe. Il Governo non è stabile. Finché tuttavia non ci sarà uno scontro vero potrà andare avanti. Le differenze tra Cdu e Spd non sono particolarmente grandi. Entrambe si inchinano davanti ai desideri del capitale. E quando vi sono contrasti si discute solamente di strategie diverse per arrivare allo stesso risultato o di una diversa modulazione delle scelte nei governi regionali. Se tuttavia scoppiassero delle lotte generalizzate il Governo potrebbe andare a pezzi molto velocemente.
(da Resistenze 10, giugno 2007)
Perché andiamo in Libano? I servi sciocchi dell'imperialismo 2007-07-12 21:58:54
di Marco Veruggio
1) La missione in LIbano è una missione di pace? Una volta per tutte dovremmo impegnarci in una moratoria sulla semantica creativa e decidere cosa significa "missione di pace". Il presidente egiziano Mubarak qualche giorno fa ha dichiarato che il suo paese non invierà truppe perché i soldati egiziani non potrebbero sparare contro gli hezbollah e perché l'uccisione di un militare egiziano da parte dell'esercito israeliano potrebbe sortire conseguenze esplosive. I casi sono due: o non ha capito bene Mubarak o invece non ha capito bene Rina Gagliardi, visto il suo editoriale su Liberazione di mercoledì. Propenderei per la seconda ipotesi.
2) La spedizione Unifil si schiererà nel territorio libanese e dovrà coadiuvare l'esercito libanese nel disarmo degli hezbollah. Inoltre dovrà vegliare sul rispetto di una risoluzione Onu che gli sraeliani hanno già ripetutamente violato e detto di voler continuare a violare. Dove sta l'equidistanza?
3) I fatti di questo ultimo periodo confermano che l'ostacolo fondamentale alla pace in Medio Oriente è la politica di Israele, sostenuta in modo sfacciato dagli Usa. Disarmare l'unica forza che è riuscita a imprimere una battuta d'arresto a queste forze significa consolidare l'influenza americana e del suo principale alleato nell'area, altro che “autonomia dagli Usa". Trincerarsi dietro la condanna del terrorismo e del fondamentalismo del "Partito di Dio" significa nei fatti sostenere la politica di un regime autoritario di destra fondato sull'intolleranza religiosa. Tanto più che – tradotto nel linguaggio dei fatti - disarmare Hezbollah significa disarmare la resistenza libanese, che non coincide praticamente né tantomeno politicamente con il partito sciita (per fare un esempio: il Partito Comunista Libanese durante l'invasione ha dato indicazione di promuovere la resistenza contro l'esercito israeliano). Né d'altro canto avrebbe senso una politica di reale equidistanza. Non si può essere equidistanti da forze che incarnano forze e esercitano pesi così profondamente diversi. Nell'ipotesi più benevola sarebbe una mera astrazione. Nella peggiore una furbata. Prodi e D'Alema in realtà hanno deciso di far giocare all'Italia il ruolo di servo sciocco dell'imperialismo europeo (e qualche loro accolito se ne sta accorgendo, vedi Caracciolo) per vendicare la fama di imperialismo straccione che pesa da un secolo sul nostro paese. Se tutto va bene avranno la agognata consacrazione a "statisti". Se va male sono pronte le targhe in memoria di qualche altro "martire del terrorismo".
4) Il blocco sociale che sospinge nel nostro paese una politica neocoloniale (l'Italia è il principale partner commerciale del Libano, ma soprattutto questa e' la chiave per inserirsi nello scacchiere orientale ritagliandosi un ruolo nella vicenda dell'Iran) è lo stesso che - per bocca dei Giavazzi e degli Ichino - esorta Padoa Schioppa a una politica di tagli alla spesa sociale senza guardare in faccia a nessuno. Cooperative e costruttori hanno tutto l'interesse a soffiare il business della ricostruzione alle imprese edili gestite da Hezbollah. Il capitale finanziario - che oggi si attrezza a divenire “predatore” (parole di Prodi) con la fusione San Paolo-Intesa – è pronto mettere piede in un'area strategica dal punto di vista delle risorse energetiche, della logistica, della finanza. L'unica possibilità che abbiamo di strappare dei risultati sta nell'evitare - per una volta - di affrontare separatamente questi due versanti dello stesso problema. Saldando da una parte istanze pacifiste e antimperialiste e dall’altra la questione sociale. Una gestione "tranquilla" della spedizione in Libano costerà dai 300 ai 600 milioni di euro all'anno (per circa 3000 soldati inviati), da sommare al costo delle altre spedizioni (a partire dall'Afghanistan), mentre altre vengono preannunciate (Gaza, Darfur?). E in Libano - a sentire D'Alema - staremo anni. I lavoratori italiani pagheranno la bolletta militare e poi le conseguenze della "proiezione stategica" verso est (delocalizzazioni, dumping sociale, ecc.). Questo ci dà modo di chiedere che ogni euro destinato a spedizioni militari sia spostato a sostegno della spesa sociale e ogni euro destinato al sostegno umanitario venga affidato direttamente a rappresentanti del popolo libanese e impiegato per la ricostruzione.
5) Ma per saldare questione sociale e lotta contro la guerra non bastano né la tradizionale "piattaforma" né una semplice manifestazione di propaganda. La lotta contro le spinte neocolonialiste presenti nel paese (e nella stessa maggioranza di governo) va fatta crescere da subito e nel tempo, di pari passo con le lotte che presumibilmente nasceranno dalla politica sociale di un governo sottoposto ai diktat dei Giavazzi e degli Ichino. Costruendo un programma di assemblee, di dibattiti e di manifestazioni in tutte le regioni e le grandi città, assemblando una rete organizzata di soggetti, portando il tema di una politica estera che sia veramente all’insegna della discontinuità nelle varie iniziative di movimento che verranno messe in campo da domani e su ogni terreno. Se il "collaboratore a progetto" di Atesia verrà in piazza per chiedere - come si diceva una volta - "pace e lavoro (stabile)", perché avrà capito che quelli come Tripi hanno interesse alla “pacificazione” manu militari del Libano, potremo dire di aver fatto un buon lavoro.
P.S.: per chi si scandalizzasse per l'utilizzo del termine "imperialismo" segnalo che oggi il Venerdì pubblica un reportage (assai interessante) sugli interessi economici cinesi in Angola nel cui occhiello si dice che "l'ex colonia portoghese è terra di conquista per un nuovo e spregiudicato imperialismo".
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