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Controcorrente: corrente nata il 16 dicembre 2006 per sostituire quella che fu Progetto Comunista di Marco Ferrando. Può contare su un menbro in Cpn (Marco Veruggio) e due in cng ( Alì Ghaderi, Luigi Minghetti) già organici alla corrente di Ferrando.

Marxismo e cultura

Il surrealismo contro la censura 2007-07-19 19:53:25

Ogni licenza in arte!
Il surrealismo contro la censura

di Marco Veruggio

La storia della letteratura è decisamente ricca di episodi di censura e in particolare a spese dei movimenti di avanguardia. Tuttavia i surrealisti rappresentano un caso emblematico e unico nel suo genere. Perché per loro la lotta contro la censura letteraria, sociale e politica ha radici nello stesso farsi dell’opera d’arte e diviene essa stessa opera d’arte. Il surrealismo mette al centro della sua poetica proprio il processo di emancipazione dell’inconscio e dello spirituale dalla gabbia di una razionalità censoria che isterilisce l’afflato lirico facendolo diventare genere. La scrittura automatica, i bizzarri accostamenti surrealisti di concetti, immagini, parole mettono in scacco la razionalità codificata nel linguaggio naturale o in quello stereotipo dell’accademia e ne smascherano la convenzionalità (il fatto cioè che essi siano costruiti su postulati e regole socialmente riconosciute ma del tutto arbitrarie) facendo emergere pulsioni e nessi forse in sé più “naturali” di quelli che solitamente definiamo tali. Emerge un emisfero più profondo della realtà - spesso sconcertante, straniante, irrazionale appunto - che inquieta e perciò stesso talvolta stimola come reazione la censura. Mentre per il futurismo italiano le parole in libertà o l’immaginazione senza fili sono funzionali a un’esaltazione della razionalità e della tecnica (il macchinismo, l’esaltazione della guerra, delle mitragliatrici fumanti, del rombo degli aeroplani, dello sferragliare delle locomotive), il surrealismo trova nella scrittura automatica una via per scendere al di sotto di una realtà storica in cui il clangore della tecnologia sovrasta le urla degli oppressi. Qui - è bene precisarlo - non è in gioco il concetto della razionalità in sè ovvero di una razionalità astratta e astorica. Bensì la critica (o viceversa, da parte dei futuristi italiani, la glorificazione) di una razionalità storicamente determinata. Prova ne sia che mentre a Occidente logica e tecnologia sono per Breton e Marinetti sinonimo di guerra e dominio contemporaneamente - ma in un altro contesto storico e materiale - Majakovskij mette il futurismo al servizio di un progetto di progresso ed emancipazione sociale (il socialismo come somma di soviet+elettrificazione nella famosa definizione). Ovvero a società diverse corrispondono concetti diversi di razionalità e quindi un differente atteggiarsi delle avanguardie rispetto a essa.

La rivolta estetica contro la ragione scandalizza benpensanti e borghesi. Le sale cinematografiche in cui vengono proiettati i primi film di Bunuel vengono prese d’assalto e semidistrutte. E ciò spinge la ribellione dei surrealisti nei confronti delle accademie e della razionalità in direzione di un’aperta contestazione non solo estetica ma anche sociale e politica, che esaspera ancor più la reazione censoria. Nel 1925 Saint-Pol-Roux, uno dei padri venerati del Simbolismo e del quale i surrealisti raccolgono con orgoglio l’eredità, è in visita a Parigi. In suo onore viene organizzato un banchetto, che diventa occasione di mondanità per l’alta società parigina. Lo stesso giorno del banchetto i giornali pubblicano un appello degli intellettuali contro l’intervento militare francese in Marocco a cui i surrealisti aderiscono ed esce la loro famosa Lettre ouverte à Paul Claudel, stampata su carta color sangue di bue. Claudel, diplomatico francese, aveva rilasciato qualche giorno prima un’intervista a un giornale italiano in cui esaltava il patriottismo e attribuiva al surrealismo e al dadaismo “un solo significato: pederastico”. I surrealisti si recano al banchetto in onore di Saint-Pol-Roux con l’obiettivo di far scivolare una copia della Lettre sotto ogni piatto. “Dichiariamo di trovare il tradimento e tutto ciò che possa nuocere alla sicurezza dello Stato molto più conciliabile con la poesia” è scritto nel testo. Al banchetto sono invitati - secondo il resoconto datone da Breton - personaggi della buona società particolarmente invisi ai surrealisti: Lugné-Poe era stato un agente del controspionaggio durante la prima guerra mondiale; Madame Rachilde aveva soffiato sul fuoco dell’odio antitedesco dichiarando qualche tempo prima che un francese non avrebbe dovuto mai sposare una tedesca. L’intervento dei surrealisti scatena il finimondo. Interviene la polizia. Alcuni di loro vengono quasi linciati. Il giorno dopo L’Action française (famosa testata di estrema destra) insieme all’Association des écrivains combattants e alla Société des gens des lettres chiedono la testa di Breton e dei suoi compagni, arrivando addirittura a evocare la loro espulsione dalla Francia. Commenta lo stesso Breton: “Da quel momento i ponti sono rotti tra il surrealismo e il resto. Noi ci adatteremo bene. Ma è ugualmente a partire da quel momento che la rivolta comune tenderà a incanalarsi sul piano politico”.

Molti esponenti del movimento - Breton in testa - passano dalla ribellione estetica al sostegno alla rivoluzione sociale. Guardano con simpatia all’esperienza sovietica, alcuni di loro - ad esempio Benjamin Perèt - partecipano in prima persona alla rivoluzione spagnola e alla successiva guerra schierandosi al fianco della repubblica. Anche queste esperienze sono tuttavia segnate da mille contraddizioni e spesso da violente incomprensioni, in particolare coi partiti comunisti. Sono gli anni della stalinizzazione e la burocrazia della Terza Internazionale ha bisogno di docili propagandisti al servizio della sua politica. Sembrano lontani gli anni in cui Trotskij scriveva “L’arte deve percorrere la sua strada con le proprie gambe. (…) L’arte non è il campo in cui il partito è chiamato a comandare” (Letteratura e rivoluzione, 1923). Cadono le teste degli artisti che non si allineano ai diktat dei partiti comunisti esattamente come quelle dei dirigenti politici che si mettono di traverso a Stalin. L’arte sottoposta a censura si trasforma e assume caratteri sorprendentemente simili a quelli contro cui i surrealisti si erano ribellati in Francia. La razionalità, intesa come strumento al servizio del progresso tecnologico e dell’emancipazione sociale (e che perciò le avanguardie russe avevano posto al centro del loro interesse), si isterilisce nella celebrazione stereotipa dello Stato e dei feticci staliniani. Il realismo socialista è il capovolgimento del surrealismo. Neutralizza la carica innovatrice dell’avanguardia e trasforma un’arte idealmente al servizio dell’operaio e del contadino in una celebrazione dell’operaio e del contadino che riduce questi ultimi appunto a un feticcio, tanto celebrato quanto impotente di fronte all’avanzare della burocrazia statale ed emarginato dal potere politico. Il naturalismo diventa il paravento della mistificazione propagandistica. Gli stessi surrealisti sono investiti dalla violenza di questa trasformazione. Alcuni non vedono altra strada che integrarsi e diventare parte di questo gioco. Nel 1950 un tribunale cecoslovacco condanna a morte, per motivi politici, il surrealista Zavis Kalandra. Paul Eluard, iscritto al partito comunista francese dal 1926, si reca in viaggio in Cecoslovacchia e Breton gli scrive una lettera aperta in cui gli ricorda la loro amicizia nei confronti dell’artista ceco, chiedendogli di intercedere in suo favore. Eluard è gelido: “Ho troppo da fare occupandomi degli innocenti che gridano la propria innocenza per occuparmi dei colpevoli che gridano la propria colpevolezza”.

Breton al contrario aveva cercato di sottrarsi a quel gioco schierandosi a fianco dell’opposizione antistaliniana e di Trotskij. E proprio a quattro mani con il dirigente comunista in esilio in Messico (e là ucciso nel 1940 da un sicario della Gpu) scrive un testo che può essere considerato come un vero e proprio manifesto contro la censura e per la libertà dell’arte: “(…) l’arte non può, senza decadere, accettare di piegarsi ad alcuna direttiva estranea e di riempire docilmente i quadri che taluni credono di poterle assegnare (…). A coloro che ci spingessero, oggi o domani, ad acconsentire che l’arte sia sottoposta a una disciplina che consideriamo radicalmente incompatibile con i suoi mezzi, opponiamo un rifiuto senza appello e la nostra volontà deliberata di far valere la formula: ogni licenza in arte (…) Nessuna autorità, nessuna costrizione neppure la minima traccia di comando!” In tempi difficili, in cui c’è chi pretende di determinare con intervento governativo che cosa è satira e che cosa non lo è, sono affermazioni che vale la pena di ricordare.
(da Icaro, rivista d'arte e cultura, 2006)


Intervista a Eugenia Cabral 2007-07-19 19:49:25

“La guerra è una maledizione umana”
Progresso e barbarie sono le due facce del capitalismo

Intervista a Eugenia Cabral
di Marco Veruggio

L’Argentina ha conosciuto, durante la dittatura, i rigori della censura. Possiamo dire che oggi, finita quella fase, nel tuo paese vi sia libertà di espressione per l’arte e più in generale nella società?

No. I “rigori della censura” sopravvivono alla dittatura militare e sono quelli propri di tutte le democrazie borghesi in America Latina: pesano sui temi religiosi e producono atti di repressione da parte dello Stato. In arte la censura è promossa dalla chiesa cattolica e realizzata (in modo più o meno esplicito) dalle autorità statali. La mostra di Leòn Ferrari, a Buenos Aires, alla fine del 2003, fu chiusa per questo motivo e a Cordoba è accaduta la stessa cosa per un’altra mostra, intitolata “Dieci artisti a Natale”. Inoltre nel 2004 il sindaco di Cordoba, Luis Juez, ha denunciato e tenuto in carcere per alcune ore il gruppo Urbomaquia per aver dipinto su alcuni cassonetti della spazzatura in strada. La repressione cerca anche di mantenere le mobilitazioni popolari - per quanto possibile - nel silenzio. Maximiliano Kostecki è stato vittima di entrambe queste forme di repressione: era un piquetero (il movimento dei piqueteros, cioè dei disoccupati che fanno i piquetes, cioè i blocchi stradali, è uno dei soggetti sociali più vivaci nell’Argentina di questi anni. NdT) e un artista. Lo hanno assassinato (durante la manifestazione piquetera di Ponte Puyrredòn. NdT) e hanno cercato di nascondere il suo assassinio. Se a questo aggiungiamo, come ulteriore forma di censura, la povertà in cui vivono i nostri artisti e scrittori, la nostra libertà di espressione si scontra con molti limiti.

L’Argentina ha visto negli anni passati un’esplosione delle contraddizioni sociali, che ha portato alla cacciata di vari governi e a grandi lotte e mobilitazioni popolari. Sono nati grandi movimenti come quello appunto dei piqueteros, delle fabbriche occupate e delle assemblee di barrio. Che ruolo hanno avuto gli artisti e gli intellettuali in questa esplosione di nuove energie popolari?

Quello di sempre, perché gli artisti e gli intellettuali esprimono le contraddizioni di un processo sociale. Alcuni si mantengono critici o scettici, altri si mescolano con la storia dei lavoratori e del proprio popolo.
Un fatto interessante in questa fase è stata la nascita e lo sviluppo di una corrente di artisti e scrittori che si sono organizzati per lottare a sostegno delle le proprie rivendicazioni specifiche in quanto lavoratori della cultura. Su questa strada ad esempio si muove la Società delle Scrittrici e degli Scrittori dell’Argentina (Sea), fondata nel 2001, che ha pubblicato un volume di testi di tutti gli scrittori argentini assassinati dal terrorismo di Stato dal 1974 al 1983. Ci sono più di centro autori!

La poesia e l’arte in generale possono contribuire all’emancipazione dei popoli e di quelle classi sociali che sono tradizionalmente un po’ escluse - anche questa è una forma di censura - dal mondo della cultura “alta”? Insomma c’è ancora spazio per un’arte popolare?

Di fatto questo spazio esiste perché l’arte popolare è una tendenza storica, non una fenomeno particolare. Anzi è la divisione tra cultura “alta” e arte popolare che fu inventata dalle società classiste e che - in questo senso - è un’invenzione abbastanza “nuova”. L’arte preistorica non conosceva questa distinzione. Di recente, nel ventesimo secolo, si è aggiunta pure l’antinomia (assolutamente scandalosa) tra arte “commerciale” e “non commerciale”. Il risultato è paradossale: esiste un’arte veramente popolare che è ignorata dal popolo, perché le aziende dello spettacolo, le televisioni e la stampa non ne danno notizia. La gente crea nuove forme o porta avanti forme tradizionali in luoghi non convenzionali. Da noi lo Stato argentino fa una politica al servizio delle imprese private del settore, ma per fortuna l’arte popolare non ha bisogno di firmare contratti per essere prodotta.

Nel tuo paese le donne hanno svolto un ruolo importante dal punto di vista politico e sociale. Penso ad esempio alle madri di Plaza de Mayo. Questo ruolo viene confermato anche negli avvenimenti politici e sociali di oggi?

Sì, l’esempio delle Madri di Plaza de Mayo è stato molto positivo. Superata la dittatura militare, le donne hanno continuato a essere protagoniste delle lotte insieme agli uomini. Nelle strade e nei quartieri hanno dimostrato capacità politiche e organizzative. Alcune combattono per le rivendicazioni di genere ma, perlopiù, si muovono a sostegno delle richieste di ordine generale dei lavoratori: occupazione, salario, programmi sociali, scuola, sanità e - soprattutto - cibo. Nella lotta contro la fame (il 2001 e il 2002 sono stati terribili) sono state eccezionali. Alcune sono arrivate a veri e propri atti di eroismo per cercare di assicurare, come potevano, qualcosa da mangiare ai propri bambini.

Europa e America Latina hanno sempre avuto relazioni importanti sia dal punto di vista economico e politico che da quello culturale. Cosa pensi – da artista sudamericana – di quanto sta avvenendo in Europa e in Italia? C’è da voi un interesse per le nostre vicende politiche, sociali e per gli sviluppi dell’arte, della letteratura e del cinema europei e italiani?

Sinceramente non mi pare che in Argentina (non so nel resto dell’America Latina) l’interesse vada aldilà delle notizie che di solito colpiscono l’opinione pubblica. L’interesse è più rivolto all’America Latina o, al massimo, agli Stati Uniti, che ci interessano direttamente. Altra cosa è ciò che pensa chi ha un pensiero politico internazionalista come me. La gente comune ha poca informazione su ciò che succede e non fa paragoni tra la nostra società e quella europea.
In quanto all’arte e alla cultura in generale accade la stessa cosa, ma vi è una maggiore attenzione da parte degli intellettuali. Personalmente sono molto interessata dall’arte europea - sia classica che moderna - in particolare per quel che concerne la poesia.

Tu hai composto dei Poemi contro la guerra. Cosa vuol dire per te essere contro la guerra?

“Essere contro la guerra”, al giorno d’oggi, significa innanzitutto essere contro l’arroganza imperialista. Ma la guerra non è un frutto della modernità, è una maledizione umana. Anche prima del sorgere della proprietà privata la guerra si faceva, per altre ragioni. Ciò che mi irrita oggi è questa contraddizione tra la “civilizzazione” tecnologica, scientifica, culturale e la barbarie della guerra. E pensare che all’inizio dell’età moderna la borghesia prometteva alla società un futuro così a misura d’uomo! Senza dubbio in questa fase storica caratterizzata dall’imperialismo sembra che l’essere umano (se si può generalizzare) sia diventato un mostro bifronte, una specie di Dr Jekill-Mr Hide. Da un lato la creazione, dall’altro la distruzione. Pensando a ciò si capisce quella generalizzazione: in un modo o nell’altro tutti noi ci muoviamo al ritmo impostoci dal capitalismo. Per questo dobbiamo liberarci dalla sua oppressione.

(da Icaro, rivista d'arte e cultura, 2006)


Un appello per la libertà di espressione 2007-07-08 21:32:14

La libertà di espressione non può essere rimossa!
Per una cultura non subalterna alle ragioni della politica (e del mercato)

A distanza di più di un mese dalla fine di una campagna elettorale chiusasi come auspicavamo, vogliamo aprire una riflessione retrospettiva su come essa si è svolta. Il clima che si è respirato infatti ci è sembrato inquietante. Inquietano la rimozione di ogni voce fuori dal coro, “colpevole” di mettere in discussione i dogmi bipartisan sostenuti dalla propaganda dell’ “interesse nazionale”; l’intervento della magistratura che apre indagini su possibili reati d’opinione; l’intrusione delle gerarchie ecclesiastiche, che chiedono alla Stato di imporre a tutti, cattolici e non, le regole etiche del cattolicesimo. Le affermazioni anche più discutibili e aberranti si combattono politicamente, non attraverso la caccia alle streghe o facendo intervenire i tribunali per valutare se si possano configurare gli estremi di reato.

Questo clima rappresenta una minaccia per tutti coloro che nella nostra società difendono la libera espressione delle idee, a partire dal mondo dell’arte, della cultura e dello spettacolo. Per cinque anni abbiamo subito le censure di chi rivendicava il diritto di stabilire per decreto che cosa è satira e cosa non lo è. Di chi emetteva vere e proprie fatwa contro chi disturba il potere. E tuttavia il modo in cui entrambe gli schieramenti hanno condotto questa campagna elettorale pone degli inquietanti interrogativi anche dopo la sconfitta di Berlusconi.

Ci inquieta il fatto che l’Unione si sia proposta come alternativa al governo delle paillettes, dei lustrini e dei reality show attraverso un documento programmatico che nel capitolo dedicato alla politica culturale - aldilà dei formali riconoscimenti del valore sociale della cultura - si preoccupa prevalentemente del suo valore economico. Perché sappiamo che se “si porta la cultura nell’economia” sono le ragioni dell’economia ad avere la meglio su quelle della cultura. Quelle stesse ragioni che oggi chiamano a un’epurazione delle voci dissonanti in nome dell’ “immagine dell’Italia” (sottinteso “nel mercato internazionale”). Quelle stesse ragioni che oggi portano molte amministrazioni di centrosinistra a politiche di “risanamento” che ai cittadini tagliano i servizi culturali e contemporaneamente aggrediscono i diritti dei lavoratori dello spettacolo, della scuola e della cultura in generale.

Per questo lanciamo un appello a intellettuali, artisti, lavoratori del settore culturale: è necessario organizzarsi e prepararsi ancora una volta a un’appassionata difesa della libertà di espressione dalle ragioni del potere politico ed economico.

Aube Butte Pittrice-Performer
Martha Canfield Scrittrice
Donato Di Poce Poeta
Orazio Gaetano Pittore Poeta
Lucia Gazzino Scrittrice
Susanna Magrini Fotografa
Ivano Malcotti Poeta
Max Manfredi Cantautore
Sante Notarnicola Poeta
Nadia Simonetta Direttrice giornale web
Gianluca Valentini Regista
Marco Veruggio Pubblicista

18 maggio 2006


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